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Mondi in crisi: John Fante, un Agostino americano.

February 1, 2010
  • Mondi in crisi: John Fante, un Agostino americano

di Cosimo K.

Quando vai a confessarti devi dire tutto.

Chiunque nasconde anche un solo peccato,

finisce subito nei guai, poiché puoi fare fesso il prete,

ma non è facile fare fesso il Padreterno.

John Fante, La strada per l’inferno

Ogni settimana arrivava barcollante in chiesa, il sabato pomeriggio, schiacciato dai peccati d’adulterio. Era la paura a spingerlo, la pura di morire e di vivere per sempre fra le torture eterne. Non osava mentire al confessore. La paura gli sradicava i peccati giù dalle radici. Confessava tutto di corsa, grondante immoralità, tremando nella ricerca della purezza. Ho commesso un atto impuro, anzi due, ho pensato alle gambe di una ragazza e di toccarla in un posto impuro, e sono andato al cinema e ho pensato cose impure e me ne sono andato a zonzo e c’era una ragazza che scendeva da una macchina ed è stato immorale e ho ascoltato una barzelletta sporca e sono scoppiato a ridere e con un gruppo di ragazzi mi sono messo a guardare due cani che si accoppiavano e ho detto una cosa sporca e ho strappato una foto da una rivista e la ragazza era nuda e sapevo che facevo male e l’ho fatto lo stesso. Ho pensato una cosa impura su sur Mary Agnes; era male ma continuavo a pensarlo . Ho fatto anche dei pensieri cattivi su certe ragazze stese sull’erba, e una di loro aveva il vestito sollevato e io continuavo a guardare pur sapendo che era male. Ma sono pentito. E’ stata colpa mia, tutta colpa mia, ma sono pentito, pentito.
Usciva dal confessionale, diceva la penitenza a denti serrati e pugni stretti, collo rigido, promettendo con l’anima e con il corpo che da quel momento in poi si sarebbe conservato puro. Si sentiva invadere da una gran tenerezza, cullare da una carezza, rinfrescare dalla brezza, accarezzare dalla dolcezza. Usciva dalla chiesa come in un sogno, e camminava come in sogno, e se in giro non c’era nessuno, arrivava perfino a baciare il tronco di un albero, a succhiare un filo d’erba, a mandare baci al cielo, a toccare le pietre fredde della chiesa con dita magiche, con una pace nel cuore paragonabile solo a quella che provava nell’atto di sorbire una tazza di cioccolato, una battuta vincente al baseball, a una vetrina illuminata da mandare in frantumi con una sassata, all’ipnosi tipica degli attimi che precedono immediatamente il sonno. (J. Fante, Aspetta primavera B., p.84)

Due elementi saltano agli occhi in questo brano: l’urgenza della confessione come unica possibilità per sottrarsi alla morte e alle pene dell’inferno e la condizione che ne segue: l’ unione con il mondo materiale, una beatitudine fisica che rende tutt’uno con il creato, un sentimento di interezza. L’ironia del brano non deve lasciar supporre che per Fante quel tipo di esperienza, vissuta nell’infanzia, fosse passata senza lasciare tracce profonde e che fosse un oggetto che si tratta con distacco. Al contrario essa appartiene alle sfere del profondo: tutta la sua scrittura ha infatti il tono e i caratteri di una confessione.

Della necessità di scrivere di sé e delle sue esperienze, del bisogno di essere sulla carta stampata “brutalmente onesto” se n’è accorto Stephen Cooper, il suo biografo, che lo ha collocato accanto a scrittori come sant’Agostino, Thomas Browne, John Bunyan, Goethe, Joyce, “modelli autorevoli di quel genere letterario che Northroup Frye identifica come ‘confessione’ ”. Qualcosa ci dice anche lo stesso Fante se, in una lettera a Mencken, esalta Agostino, e, nel racconto My father’s God, ironizza proprio sul rapporto tra scrittura, lingua e confessione. Se qui, come in altre pagine, il sacramento ecclesiastico è oggetto di scherno, in generale il racconto sincero di sé e della realtà è per lo scrittore un’esigenza morale, un’urgenza vitale, una necessità terapeutica. La scrittura “confessionale” risana la frattura con il mondo; aprirsi, raccontarsi, restituisce il paradiso originario, ristabilisce la pace con l’universo e con il tempo. È un discorso vicino a quello sviluppato dalla filosofa spagnola Maria Zambrano nel saggio La confesion: genere literario (1943), dove si considera la confessione come forma di sapere alternativa alla tradizione razionalista. Secondo Zambrano il dramma della Cultura Moderna è stato la mancanza iniziale di contatto tra la verità della ragione e la vita, che è innanzitutto dispersione e confusione, e si sente umiliata di fronte alla verità pura. Ogni verità pura, razionale e generale, deve sedurre la vita; deve farla innamorare. La vita ribelle e confusa ha attraversato l’epoca del sortilegio e per vanificarlo deve verificarsi l’innamoramento, che è a sua volta rapimento sospensione, anzi, qualcosa di più: è sottomissione a un ordine e più ancora: essere vinti senza serbare rancore.
 E la verità pura umilia la vita quando non ha saputo innamorarla. Perché la vita è passione e ricettività continua. Il raziocinio, organo della verità, è, come dice Aristotele, “impassibile”, e la vita è passività pura in quanto distinta dall’intelletto; facilmente si sente umiliata perfino nei confronti di quella parte di sé che si separa, che ha come un’ altra legge e altri contatti. Se la vita non viene riformata dalla ragione, vinta dalla verità che questa le offre, se la verità che la ragione le porge non sa innamorarla, non sa lasciarla vinta senza risentimento, essa si dichiarerà ribelle. (La confesion, pp. 34-35)

A questa rottura, tra la verità della ragione e le ragioni della vita, sono seguite le Riforme dell’intelletto post cartesiane. Da un lato si è riprodotta la dispersività della vita, trasformando la filosofia in empirismo relativistico, in culto della sincerità, dove la verità “entrava sempre meno”; dall’altro l’idealismo di Hegel, dove “vita e ragione si insuperbirono, senza correggersi l’una con l’altra, senza che la vita fosse rischiarata dalla ragione e la ragione fosse sottomessa alla vita che al contrario le offrì il proprio impeto, tutto il proprio impeto affinché si ‘totalizzasse”. L’uomo si sentiva, così, confuso e abbandonato, al contrario di ciò che succedeva nel mondo antico, dove anche l’ analfabeta, partendo dall’inaccessibilità della filosofia poteva giungere ad una verità che desse un senso alla sua vita. Le tracce di questa pax rimasero per secoli nei luoghi più diversi. Laddove si trovavano resti della filosofia platonico-aristotelica e plotiniana, l’uomo comune riusciva a dare significato alla sua esistenza terrena. La ragione moderna invece abbandonò “l’uomo semplice”, non degnandosi di innamorare la vita, fornendogli una verità che lo lasciava nella confusione e nella disperazione. La vita reale, l’uomo reale e concreto, rimaneva o insuperbito dall’ideologia positivista, unico risultato della ragione alienata, o umiliato. Superbia o umiliazione sono i due tratti della disperazione dell’anima moderna: i suoi due poli. (La confesion, p.37) Sanare questo conflitto tra la vita e la ragione, che nella sua verità non porta in sé la “giustificazione della speranza umana”, sarà il compito dello “strano genere letterario” che, in epoca non sospetta, era stato inaugurato dalle Confessioni di Agostino. Esso, ai nostri giorni, ha osato riempire il vuoto, l’abisso terribile, già aperto, dell’inimicizia tra la ragione e la vita. La confessione sarebbe in tal senso un genere di crisi non necessario quando la verità e la vita si sono accordate. Ma non appena sorge la distanza, la minima divergenza, esso si rende nuovamente necessario. 
La confessione nasce a seguito di certe situazioni; situazioni in cui la vita ha raggiunto il grado estremo di confusione e di dispersione. Il che può accadere anche per circostanze individuali, ma soprattutto storiche. Proprio quando l’uomo è stato umiliato troppo, quando si è chiuso nel risentimento, quando sente su di sé soltanto ‘il peso dell’esistenza’, allora ha bisogno che la sua stessa vita gli si riveli. Per ottenere ciò mette in moto il duplice movimento della confessione: quella della fuga da sé e della ricerca di qualcosa che lo sostenga e che lo illumini. La confessione comincia sempre con una fuga da sé. Parte da una situazione di disperazione; la disperazione di ciò che si è e la speranza che appaia qualcosa che ancora non si possiede. Senza una disperazione profonda l’uomo non uscirebbe da sé, perché è la forza della disperazione che lo porta a trascinarsi a parlare di sé stesso, cosa assolutamente opposta al parlare. (La confesion, p.39) E dall’umiliazione, dalla confusione, nasce il bisogno in Fante del racconto di sé, da una vita difficile e da un tempo carico di tensioni. La crisi economica e culturale degli Stati Uniti, degli anni venti e trenta, si aggiunse alla crisi personale di un giovane smarrito tra rigurgiti xenofobi e conflitto etnico-generazionale con la famiglia d’origine, alla crisi religiosa, dovuta alla scoperta, dopo l’esperienza scolastico-religiosa al collegio dei gesuiti, della verità scientifico razionale: una somma di fattori che devastavano l’inquieta personalità del giovane romanziere e che lo spinsero a cercare una soluzione nella scrittura confessionale, perché si mette a nudo, esce da sé in fuga, chi non accetta la vita come gli è stata data e non accetta quello che si trova ad essere. Amara dualità tra qualcosa che in noi guarda e decide e qualcos’altro che, pur portando il nostro nome, viene sentito come estraneo e nemico. Ma nella confessione si manifesta anche il carattere frammentario di ogni vita (La confesion, p.49) e uscendo da sé l’uomo cerca fuori un’ unità che non gli è data, coltiva la speranza di ricomporsi in una totalità che sente appartenergli, ma che non gli è concessa. Questi i motivi che spingono a parlare di sè: disperazione dell’uomo che si sente oscuro e incompleto e ansia di trovare l’unità. La Confessione si verifica soltanto con la speranza che ciò che non si è venga alla luce. Per questo mostra la condizione della vita umana così immersa nelle contraddizioni e nei paradossi.
Tutto ciò che la Confessione ci mostra è contraddittorio e paradossale: la disperazione di se stesso, la fuga che vuol essere insieme emancipazione da ciò che si è e realizzarla secondo una certa oggettività. La vita dell’uomo mostra di aver bisogno e di supporre nella Confessione l’unità, dato che essa non la possiede. (La confesion, p.50) È in questo senso che vanno intese le contraddizioni di Fante/Bandini, le sue continue oscillazioni, che lo conducono dal cinismo alla tenerezza, dall’insicurezza all’ostentazione, dall’ateismo più spinto alla fede più accesa, dalla violenza assassina all’amore romantico, in un alternarsi di azioni indegne, pentimenti, confessioni e atti di bontà.

La confessione come genere letterario non ha ottenuto un ugual successo in tutte le epoche. E’ qualcosa di proprio ed esclusivo della nostra cultura occidentale, e vi compare nei momenti decisivi, nei momenti in cui la cultura sembra essere in rotta, in cui l’uomo si sente solo e abbandonato. Sono i momenti di crisi, in cui l’uomo, l’uomo concreto, appare allo scoperto nel suo fallimento.(La C., p.51) Non era un caso che John Fante, come dice la moglie Joyce, iniziasse a scrivere vestito di tutto punto e finisse completamente nudo, circondato da vestiti e fogli di carta appallottolati. La nudità della scrittura fu una necessità, la speranza di trovare, attraverso di essa, il senso della vita, in un mondo in cui la verità della ragione aveva inimicato la vita. E non si tratta di una confessione a Dio, perché, come dice in un suo racconto, se Dio esistesse saprebbe e vedrebbe tutto, ma una confessione agli altri e per gli altri. Perché la confessione è anche uno specchio per chi ascolta, comporta l’identificazione e chiede coinvolgimento, induce a “essere operante, a fare come chi si confessa, a esporsi come lui alla luce”.

Infine possiamo dire che questo genere è arrivato attraverso Fante ad una fase singolare, nel senso che il confessante è un credente a metà, se mi si consente un’ espressione così ambigua, e se la necessità di aprirsi totalmente ha radici nell’esperienza privata del confessionale cattolico, nell’anelito a Dio, la tensione alla scrittura è da cercarsi nel più “politico” desiderio di una comunione con gli altri, di una riunificazione, sebbene resa disperata dalla razionalità postcartesiana, alla polis del genere umano, perché la vita smette di essere un incubo quando si è stabilito il vincolo filiale, quando abbiamo ritrovato il Padre ma anche i fratelli; quando siamo in grado di rispondere alla tremenda domanda: “Che ne è stato di tuo fratello?”(La c., p.56)

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