Skip to content

Lettera aperta a Sergio Marchionne

October 26, 2010

Lettera aperta a Sergio Marchionne.

di Maurizio Anelli

The man who didn’t know when to stop


Mi chiamo Maurizio Anelli, ho 51 anni e da oltre 30 anni sono un metalmeccanico.

Un metalmeccanico privilegiato rispetto agli operai della Tyssen, a quelli della catena di montaggio della Fiat, o a quelli che hanno sacrificato una vita nelle acciaierie o a Porto Marghera negli anni che tutti noi ricordiamo benissimo. Privilegiato anche rispetto alle migliaia di lavoratori delle piccole fabbriche che tutti i giorni lottano con condizioni di lavoro degne del Medio Evo industriale.

Per questo avrei molte cose da dire rispetto alle dichiarazioni, che non mi sorprendono affatto, del cavaliere del lavoro Sergio Marchionne.

Per questioni di semplicità e di sintesi, penso sia opportuno riassumere le tante cose che avrei da dire in alcune domande, semplici semplici, alle quali una personalità colta e sensibile come il Dott. Marchionne non avrà sicuramente alcuna difficoltà a rispondere. Confesso che la parte più facile è decidere da dove partire.

1) Nella Torino occupata dai nazisti sotto i fucili degli uomini del generale delle SS Zimmermann, i lavoratori della Fiat daranno vita, nel dicembre 1944, ad una pagina straordinaria della storia del movimento operaio in Italia. Marchionne avrà sicuramente saputo, dai libri di storia, che negli anni precedenti il regime fascista rappresentò per la Fiat un periodo di grandi guadagni e favori: la mitica “Balilla” non sarà soggetta alla tassa di circolazione per circa un anno; l’autostrada Torino-Milano, chiesta dalla Fiat, sarà costruita prosciugando le casse dello Stato; i dazi su certi prodotti esteri, le automobili, arrivano a valori stratosferici. Eppure, Fiat non rinuncia licenziare: “Alla fine del 1930 i salari di tutti gli operai italiani vengono ridotti d’autorità dell’8 per cento. E già da alcuni mesi Fiat aveva proceduto a massicci licenziamenti. (Valerio Castronovo , “Giovanni Agnelli”, Einaudi)”. Dottor Marchionne, cosa ne pensa?

Ma torniamo ad anni più recenti.

2) Da oltre 30 anni, sono entrato in una grande fabbrica di Milano nel giugno del 1980, sento parlare in continuazione di: costo del lavoro, produttività, competitività e assenteismo, di come negli altri paesi i lavoratori siano più bravi, più seri, facciano meno ore di sciopero etc, etc. Certo, parliamone pure. Però possiamo parlare, per una volta almeno, anche di scelte industriali devastanti, di dirigenti e imprenditori incapaci, collusi con la parte più sporca della politica e del malaffare (… o vogliamo dire apertamente Mafia?) corrotti e magari anche un po’ disonesti? Perché sarebbe interessante sapere se:

*) Parmalat è andata come è andata per colpa dei lavoratori?
*) Alla Tyssen di Torino gli operai bruciati vivi sono morti per colpa di chi?
*) I morti del Petrolchimico di Marghera erano tutti degli assenteisti che non producevano a sufficienza ? Dal processo escono “puliti” i grandi gruppi della chimica italiana (Montedison, Enichem) insieme ai loro gruppi dirigenti. Sono morti oltre 150 lavoratori dott. Marchionne, lo ricorda, vero?
*) Mi sa dire i motivi reali per cui grandi fabbriche che hanno fatto la storia di questo Paese sono scomparse ? Vuole alcuni nomi ? Eccoli: Magneti Marelli, Ercole Marelli, Breda Siderurgica, Falck, Borletti, Riva Calzoni … e tutti gli altri che dimentico.
*) Leggo da Wikipedia che lei “ … È inoltre Presidente del Consiglio di Amministrazione della Société Générale de Surveillance di Ginevra, Vicepresidente non esecutivo del Consiglio di Amministrazione del colosso bancario svizzero UBS e consigliere di amministrazione di Philip Morris International … ” Mi sembra giusto, quindi, chiedere a lei: che ruolo hanno avuto, ed hanno ancora, le banche e i grandi gruppi finanziari nelle scelte strategiche di questo Paese? Lei ne saprà sicuramente più di me.

Vede, dott. Marchionne, io non solo sono un metalmeccanico cocciuto e orgoglioso, ma sono anche figlio di un operaio che si è spaccato la schiena e la salute alla Magneti Marelli del dopoguerra, negli anni in cui l’Italia si risollevava da una guerra e sognava il “boom economico” , e ora vorrei sapere se fra i responsabili dello sfacelo di questo Paese devo considerare chi lo ha governato per oltre mezzo secolo, pensando che lo Stato fosse solo un tavolo da gioco dove spartirsi tutto quello che c’era da spartirsi e in combutta con uomini spregevoli, rubando anche la dignità di un popolo, oppure se devo considerare responsabili di tutto questo anche i morti della Tyssen, del Petrolchimico e, ovviamente, anche mio padre.
Un ultima cosa, dott. Marchionne. Il sindacato, quel sindacato che lei guarda con tanto fastidio, pur fra errori, divisioni e magari anche un po’ di incapacità, ha lottato e difeso per anni non solo i lavoratori, ma anche quelle che oggi sono le sue fabbriche. Contro il nazismo, prima, e contro il terrorismo quando è stato il momento. Senza paura, pagando anche con la vita. Ma lei, si ricorda chi era Guido Rossa?
Ci pensi con calma, dott. Marchionne, ho sentito nella sua intervista domenica sera che lei lavora 15, 16 ore al giorno.
Non si affatichi troppo, ci pensi con calma e poi mi risponda, se ne è capace. Perché vede, io una sua risposta la ascolterei attentamente. Perché ci sono sicuramente molte cose da cambiare in questo Paese, anche fra noi lavoratori. Ma il modo in cui Lei ha posto la questione mi sembra, francamente, un po’ meschino.

Cordialmente,

Maurizio Anelli, Milano.

Questa lettera è stata già pubblicata sul Manifesto come commento a l’articolo di Francesco Paternò, Tutti contro Marchionne.

 

Advertisements

Comments are closed.