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Mousse Truffaut

March 14, 2011

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Mousse Truffaut

Cosimo K


Il cinema al mio paese aveva la sua buona tradizione. Fino agli anni Settanta erano rimasti aperti Nibio, Ariston e Carmine, quello della parrocchia, il migliore per i film di Brusciolè. Pian piano però, come in tutt’Italia, questi cinema, visti gli alti guadagni, preferirono trasformarsi in nulla. Il Carmine chiuse per restauri, il Nibio trovò la sua vera dimensione nei film di spade – i pornazzi per intenderci – e l’ Ariston chiuse bottega alla grande, con un tutto esaurito, una piovosa sera di novembre, mandando una pellicola tedesca allora molto controversa: Cristiana F., noi i ragazzi dello zoo di Berlino.
La sala era piena da scoppiare. Il film era la storia vera (così dicevano) di questa ragazzina, di dodici anni o giù di lì, che assaggia la scigghia e dopo qualche giorno e già in scimmia a sputtanarsi nella stazione di Berlino, lo zoo appunto. Non vi dico quanti, dopo quel film, tra la gente che conoscevo, passarono dall’erba all’ero: il potere del cinema. Perché vi dico questo? Ah si era per dirvi che quel film cambiò qualcosa anche in me. Fino ad allora i film che guardavo erano le americanate (mi ci portava mio padre) e i film di Brusciolè, a cui si andava più che altro per provare le mosse durante l’intervallo. Si lo so che lo sapete già, ma tant’è. Dopo quel film cominciai a pensare che il cinema era proprio un’altra cosa – diversa voglio dire – e iniziai a comprare delle riviste; niente di raffinato naturalmente, soltanto quello che passava il convento, che era poi l’edicola di Massimo proprio di fronte al Castello. Le leggevo avidamente, poi ritagliavo le immagini che mi piacevano e le incollavo sui muri di camera mia. Dopo qualche anno di questa pratica aveva l’aspetto di un cineclub o giù di lì. Il bianco dei muri non si vedeva più. C’erano soltanto fotografie di attori, registi, e scene tratte da film che nella maggioranza dei casi non avevo mai visto.
Avevo provato anche a farlo il cinema, con una super otto che mi aveva regalato un amico mio, ma non ero quello che si dice un talento, ero troppo pigro, e quindi dopo qualche tentativo avevo smesso. La cosa peggiore fu di dimenticare le batterie dentro e così quando un giorno mi decisi a riprenderla in mano, ci trovai un grumo di ruggine e verderame che puzzava di morte e capii che fare il cinema non era per me.
Vista l’assenza di cinema nel paese, qualche volta riuscivo a fare una puntata a Brindisi, ma poca roba s’intende. La mia fonte del sapere era la Rai, Rai tre per essere precisi. La notte veniva trasmesso di tutto. Fu così che in qualche modo diventai un esperto. Tranne mia sorella però, che aveva la sua discreta cultura, di ’sta roba non potevo parlarne proprio con nessuno. Il paese era un deserto. Per loro Truffaut era una mousse al cioccolato.

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