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Intervista a Cosimo Lopalco

April 6, 2013

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Pretty people, I wish one of you would come and sit by us a little while, so we could get a good look at you.

The Insect Folk, Margaret Warner Morley, 1903 Boston, U.S.A, Ginn& Company

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ntervista a Cosimo Lopalco *

di Vittoria Coppola

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Ringraziandoti per la tua disponibilità, per aprire questa chiacchierata, ti chiedo di presentare il tuo libro “Tutto a posto tranne me”, in poche righe utili a far venir fuori – magari – aspetti non ancora emersi in altre interviste.

Credo che sia un romanzo che si interroga sul senso dell’identità individuale e della sua frammentazione in relazione a una struttura sociale stratificata nei secoli ma in fase di decadimento: il Salento contadino, patriarcale e cattolicizzato nel periodo di decadenza conformista e omologata dell’Italia consumista, colto all’inizio (gli anni 80’) della sua fase di devianza criminale. Letterariamente è un romanzo che esplora un genere classico come il “romanzo di formazione”, passando per i generi dell’”autobiografia” e della “confessione” e rivendicando un’autonomia linguistica nell’utilizzo del dialetto e di un italiano “derivato”, e un uso in chiave sociologica del registro ironico che, per dirla con le parole del filosofo francese Jankélévicth, “prendendo le distanze da tutto mette tutto sotto una giusta luce”.

Da dove parte la tua scrittura: da un episodio, da una necessità, da una voglia di condividere?

Ho da poco visto un film di Ang Lee, “Vita di Pi”, dove il giovane protagonista, naufrago su una piccola barca che condivide con una tigre feroce e ostile, trova nella scrittura del diario di bordo una ragione per resistere, suggerendo un’idea salvifica di letteratura. È anche questo un film che affronta la questione dell’identità e della sua precarietà e la sua struttura favolistica produce alla fine una “morale” che sembra dirci che non si è mai realmente identici a se stessi, rimandandoci all’intuizione di Rimbaud che più di un secolo fa diceva: “Je est un autre”. Per ritornare alla tua domanda, Foucault nell’”Archeologia del sapere” dice: “Più di qualcuno, come me senza dubbio, scrive per non avere più un volto. Non chiedetemi chi sono né di restare lo stesso.” Credo che si scriva per perdere se stessi, per perdersi in infiniti mondi, ma anche per trovarsi, per ritrovarsi, per trovare quello che abbiamo perso o quello che non abbiamo mai avuto, per ritornare anche dove non siamo mai stati, ma soprattutto per salvarsi, molto spesso da se stessi.

La scelta di una copertina così asciutta e – direi – minimalista, rispecchia anche la tua scrittura o il tuo modo di essere?

La scelta è stata semplice. Mi era piaciuta molto la copertina di “La malamara” un romanzo di Giuseppe Triarico pubblicato da Cosimo Lupo, il mio stesso editore, così mi sono messo a guardare altri lavori dell’illustratrice, Matilde Sammartano (Matè), e li ho trovati poetici, diretti, essenziali, ironici e così Antonio Miccoli, il curatore di collana, le ha chiesto se le andava di disegnare la copertina. Dopo un paio di tentativi è arrivata l’immagine giusta. Il giovane uomo che frontalmente guarda il possibile lettore dice tutto su una certa spinta “confessionale” di derivazione zambraniana che in parte ha ispirato il romanzo, e la natura asciutta e minimalista di cui parli prelude ad una certa essenzialità della mia ricerca stilistica, ma soprattutto dice molto e in modo sfacciatamente ironico sul complesso rapporto tra scrittura e lettura. Questa volta, anche se per un solo momento, ad essere guardato, letto, spiato, analizzato è il lettore stesso. In pochi schizzi, e senza usare una sola parola, la Sammartano ha vendicato generazioni di scrittori.

Dalla tua biografia: “A 18 anni per noia scappa a Bologna”. Ti capita ancora di scappare per noia e – se sì – la scrittura è uno strumento che ti riporta dov’eri oppure ti fa andare ancora più lontano?

Non so se so rispondere a questa domanda. Scappo sempre per noia, ma se salgarianamente la scrittura porti altrove o ti tiene semplicemente inchiodato ad una sedia non l’ho ancora capito. Arthur Rimbaud, che ho letto e amato molto, lo portò così lontano da farlo morire prematuramente e in modo atroce; John Fante, a cui ho “rubato” l’incipit di “1933 was a bad year”, cercò di ritornare nel suo paesello abruzzese ma la macchina da soldi di Hollywood lo rinchiuse in uno studiolo a scrivere commediole e sciocchezze varie; Ezra Pound, che da giovane ho cercato di imitare, dalle alte vette della poesia occidentale precipitò nelle stanze di un manicomio criminale ed è ora tristemente declamato dai fessi; Walt Whitman, che tengo ancora sul comodino, invece andò dappertutto ma non si allontanò mai. Potrei continuare nell’elenco, per dire che la scrittura è proprio questo viaggio qua: passare da una scrittura a un’altra scrittura, da un mondo a un altro mondo. Esplorare questi mondi è forse il solo viaggio possibile per uno scrittore. Godard diceva che “ìl cinema è il cinema”; si può altresì dire che la letteratura è la letteratura e che gli  unici andare o ritornare possibili si compiono al suo interno. Fuori c’è la vita vera… che è un’altra cosa.

Oggi vivi a Londra e lavori come insegnante di italiano all’Istituto di Cultura. Ti senti completamente in sintonia con il tuo mestiere oppure ti capita di immaginare di spendere i tuoi giorni in altro modo?

Da giovane universitario mi piaceva dire una frase che rimandava, parodiandola, ad un’altra più celebre. La frase era questa: “il lavoro smobilita l’uomo”. Si rideva nelle piazze bolognesi il cui colore rosso non aveva ancora preso quel tono sbiadito di adesso.  Erano anni in cui erano ancora vive, anche se sotto l’assedio della reazione, idee di quel marxismo libertario che aveva ispirato il movimento del 77. La frase, ripensandola ora, era terribilmente seria e mantiene una sua forza. Il lavoro nel mondo capitalista, e adesso in una fase di assolutizzazione ideologica più che mai, ti congeda da te stesso, dismette il tuo assetto umano di pulsioni per una normalizzazione funzionale ad un sistema di sfruttamento e di diseguaglianze. L’idea del lavoro che piace e ci realizza è ipocrita e ancora una volta ideologicamente funzionale ad un modello produttivo. Ogni lavoro in questo tipo di società può avere una certa percentuale di umana gratificazione ma questo non ne cambia la natura normalizzatrice e alienante. Insomma, anche se io faccio un “bel lavoro” e vedo spesso i miei studenti con allegria, sono d’accordo con Silvano Agosti quando dice che l’essere umano nella società delle macchine dovrebbe lavorare tre ore al giorno e dedicare il resto del tempo a se stesso e a chi ama e che le ragioni per cui ciò non si rende possibile sono ideologiche.

Tra Rudi e Mattia, protagonisti del tuo romanzo, si instaura un rapporto particolare e – a tratti – sorprendente per entrambi. Su cosa pensi che il lettore possa riflettere, una volta terminata la lettura del libro?

Non lo so.  Posso dirti cosa ho pensato da lettore. Per tornare a Rimbaud, Mattia Bonelli, il ribelle passivo, il rivoltoso ambiguo, e Rudi Il Cileno, il criminale in ascesa, il giovane uomo d’azione, per me sono la stessa persona, come, nel film di Ang Lee, il confuso naufrago Pi e la tigre feroce. Sono cioè due possibilità dell’umano. Credo, rileggendolo, di aver scritto un romanzo sulle differenze che non esistono, perché l’umano è sempre tutto intero dentro di noi ed essere l’uno o l’altro è solo un fatto di destino o per dirla con Marx di appartenenza ad una classe sociale. Insomma, anch’io come Carmelo Bene penso che l’Io sia un fardello da cui dovremmo liberarci, nell’arte soprattutto.

Se dovessi scrivere una storia dei nostri giorni, che titolo daresti?

Mi piacerebbe poter scrivere un capitolo di un manuale di Storia intitolato “La fine del capitalismo”, ma immagino che in quella direzione si potrebbe soltanto riscrivere, male, il bellissimo “Winnie the Pooh” di Alan Mine. A parte gli scherzi, un titolo, tranne rare occasioni, dice sempre troppo poco di una storia, e spesso se ne trova uno solo per fare colpo o per cercare di vendere qualche copia in più. Un libro senza titolo, allora.

Sono previsti incontri con i lettori in Italia o a Londra, prossimamente?

Credo che ci sarà presto un incontro all’Italian Bookshop di Londra con le mie amiche libraie Ornella Tarantola e Renata Sguotti, anche se non abbiamo ancora fissato una data. È una piccola casa accogliente per noi italiani naufraghi e chi ama l’Italia e le sue peculiarità culturali.

Qual è la tua opinione della Puglia di oggi, non solo letteraria, da un punto di osservazione privilegiato di una città come Londra?

La Puglia letteraria è ormai una realtà storicizzabile anche se ancora poco considerata dalla critica di respiro nazionale e dalla stampa, ma del resto l’Italia delle lettere fa sempre fatica a liberarsi dalla, questa sì provincialissima, dicotomia centro-periferia, e la stampa nazionale di cultura ormai si occupa poco e spesso senza curiosità. Trovare  poi uno scrittore pugliese in una libreria di  Roma o Milano, che non sia un Lagioia o un De Siati, che non faccia cioè parte delle solite dieci “importanti” case editrici che stazionano fino alla noia sugli scaffali,  si fa sempre fatica, e nelle stesse librerie pugliesi capita di essere ancora etichettati come autori localisti e di condividere gli scaffali con taralli, vino e fichi mandorlati. C’è invece un gran fermento, un po’ caotico forse, individualistico, ma si scrive e bene anche. Basti pensare alle bellissime poesie di Luciana Manco che sono sulla rete e che non hanno ancora trovato un editore con il coraggio di pubblicarle o ancora al sintetico e fulminante Stefano Zuccalà di “Il conto degli avanzi”  o al “gelido” Marco Montanaro. Più in generale invece, la Puglia, nei miei sogni, la vedo come una di quelle piccole case contadine imbiancate a calce con le volte a stella e le vecchie porte di legno colorate di verde, di grigio o di marrone, sempre aperte e accoglienti, con i grandi caminetti in cui si trova conforto dal freddo invernale e si prepara “la gialletta”. È un sogno di armonia culturale riferito al mondo contadino. Quando mi sveglio, vedo però  che questa casa è stata demolita per far posto ad una casa anonima e fredda, brutta e senza nessun rapporto con l’ambiente attorno o, ancora peggio, è stata ristrutturata (orribile parola) secondo modelli mutuati dal consumismo. Non si conserva abbastanza o si conserva male. Lo spirito di un passato millenario viene svenduto ad una grossolana idea di modernità per una manciata di soldi. La bella casa bianca ispirata alle idee di Vitruvio si trasforma in un mostro che sta a metà tra un medioevo da telenovela e il catalogo di un centro commerciale. Ciò che voglio dire è che il superfluo diventa prioritario, si accolgono acriticamente modelli consumistici e la bellezza è alienata dall’umano, mortificata. Tutto il nostro paesaggio e il nostro mondo culturale è stato forgiato dalla civiltà contadina. È lì la nostra risorsa e la nostra bellezza. Nella conservazione, nella comprensione, nel rispetto di quelle architetture, di quei paesaggi dipende la nostra umanità. È da quel mondo e dalla sua reinterpretazione che bisogna ripartire.  In questo senso tutte le belle parole che ipotizzano una possibile modernità umana e che la Puglia ha voluto accogliere negli utimi anni (ambientalismo, giustizia sociale, sviluppo stostenibile), spesso non  hanno trovato corrispondenza nei fatti. Basti pensare al fotovoltaico selvaggio nelle campagne, alla cementificazione senza sosta, agli interventi dissennati sui centri storici, alla costante occupazione delle spiagge o all’esplosione dei centri commerciali e alla conseguente distruzione delle microeconomie locali. Certamente c’è una grande energia, un sentito desiderio di cambiamento che alcune elites culturali, ancora però poco organizzate, portano avanti (penso ad un certo fermento musicale o teatrale o alle specificità agroalimentari) ma c’è ancora molto da fare e soprattutto molto da rispettare.

* L’intervista è stata già pubblicata, in una versione ridotta, dalla rivista AM Apulia Magazine N 7, pag 59 – 60.

Il romanzo Tutto a posto tranne me è pubblicato da Lupo Editore

 

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