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La danza impossibile di Francesca Foscarini

December 14, 2016

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La danza impossibile di Francesca Foscarini

Riflessioni su Good Lack , trittico sull’assenza.

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di Cosimo Lopalco

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BACK PACK

 Entra in scena, vestita di nero, uno zaino colorato sulle spalle, distante, onirica, cammina, lentamente; sul fondo, accatastate, un muro di scatole di cartone. È un camminare di piedi che flettono, inarcano, esplorano, vivono di fiamma propria, è un camminare di mani che indagano lo spazio con precisione e di braccia che creano geometrie rigorose, è un collo lunghissimo e modiglianesco che si abbandona al sole, al vento, e spinge una testa delicata, composta, raccolta, che si ostina curva, pesante, cieca, a cercare una direzione, un senso; è una tartaruga, una lumaca, è l’umano nella sua relazione con la gravità, del mondo e del sè.

Ritorna, in gesti minimi, l’agonica e lacerante tensione allo spazio, all’esistere, di Cantando sulle Ossa. Si chiede però, questa volta, a chi guarda, più attenzione, una distrazione e tutto si perde, evapora, si confonde, si appiattisce; “camminare riduce l’immensità del mondo alle dimensioni del corpo […] e tra un passo e l’altro si sta sempre sul filo del rasoio” (Le Breton); il teatro diventa scena di nuda esistenza: si viaggia, si cade, ci si rialza, si vive, in quel misurato e stentato andare, lo sforzo titanico che tutti noi facciamo per stare in piedi, si restituisce a chi guarda in religiosa attenzione, la relazione primaria, e tragica, del corpo vivente con il mondo.

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Vestirsi è l’atto che più ci caratterizza come specie, più della parola stessa. Ci si veste a festa o a lutto, ci si veste per la notte o per andare a lavoro, per sposarsi o per recarsi ad un appuntamento, ci si traveste, ci si camuffa, si veste di cachemire o di seta il ricco, di stracci il povero, di chiaro il bambino che va a battezzarsi, di scuro il morto che va nella tomba: vestirsi o vestire dice chi siamo e chi vogliamo essere.

Qui il vestirsi di Francesca Foscarini, atto performativo di singolare virtuosimo, è bulimico, indistinto, affannoso, diventa metafora dell’insensatezza delle nostre “innaturali” esistenze, aprendo immaginari inaspettati e potenti che esplorano un’umanità primordiale, nevrotica, disperata (dall’eschimese che accende il fuoco nel gelo della notte artica, al migrante che si avventura nel Mediterraneo crudele, a Brancaleone pronto, sull’attenti, all’improbabile crociata, all’astronauta che vaga, perso, in un’universo amniotico e impalpabile, e sospeso, sulle note di chitarra di un notturno Tom Waits, tra nascere e non nascere, tra vivere e morire), e va dritto all’anima per ricordarci le nostre nevrosi d’accumulazione, il nostro angosciato rapporto con il tempo che passa, la confusione opprimente delle nostre solitudini.

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Se c’è un danzare vero, diretto, questo è quello mosso dall’ascolto semplice, puro, di una musica, cosa che la danza contemporanea, a volte troppo impegnata (nel tentativo di affermarsi come arte degna e riconosciuta) in sterili sperimentalismi, sembra dimenticare. Qui le note di Belle nuit, ô nuit d’amour di Offenbach, che arrivano come un’eco lontana, sorprendono il personaggio Foscarini, moderno don Chisciotte pronto a una sua guerra immaginaria, e lo addolciscono conducendolo in un crescendo fatto di trovate comiche e disarmanti relazioni con il pubblico verso una danza inconcludente, un po’ gioiosa un po’ disperata, che, appesantita dall’esistenza, accenna ironicamente a conquistarsi il cielo senza mai riuscirci. La “danza contemporanea”, con i suoi ricercati, a volte vuoti, intellettualismi, si sgonfia e crolla in una dichiarazione d’impossibilità e d’inadeguatezza, un’ironia tragica prende la scena e libera la gioia infantile di un corpo imprigionato in strutture, sovrastrutture, codici e linguaggi: una dichiarazione di poetica che potrà lasciare perplessi gli aguzzini della forma ma che mostra il coraggioso candore e l’onestà di un’artista che non ama danzare il compromesso.

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 “Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò” (Gb 1,21). Difficile resistere alla tentazione al riferimento biblico e alla lettura, dentro la tradizione testamentaria, della nudità della scena finale: la Foscarini, che legge il Levinas della responsabilità morale cui la nudità del volto dell’Altro ci mette di fronte, ci autorizza quantomeno a prenderla in considerazione.

La svestizione è un lento, drammatico momento di esposizione di un corpo e di messa a nudo di un’anima. Foscarini non si spoglia, sconfitta e umiliata è spogliata, da mani invisibili; i vestiti appesantiti si allontanano da un corpo che è già nudo nella nudità del volto (dello sguardo) che nella sua vulnerabilità rimanda alla fragilità di tutto il corpo, di tutta la persona umana: è la nudità della donna abusata, del povero, del prigioniero, del malato mentale. E così, questo corpo fragile, tremante, mistico, esce di scena, con le catene ai piedi del condannato, scompare nelle quinte del teatro, lasciando di sé i pochi stracci di una vita, simbolo, come gli stracci della Venere di Pistoletto, di tutte le vite.

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JOHN TUBE

Ogni oggetto è un segno, linguistico, simbolico, sociale; se isolato, alienato, è un enigma e l’enigma ha i caratteri dell’opera d’arte (M. Duchamp fu il primo a capirlo). Un tubo di plastica nero, di quelli che si usano per avvolgere il tappeto danza, è al centro dello spazio scenico, per Duchamp potrebbe bastare, Francesca Foscarini lo sa, il pubblico, hypocrite lecteur, si mostra perplesso; ma l’arte, per fortuna, sopravvive al suo pubblico, sempre.

È cauta, lo guarda girandovi attorno, e fa quello che si fa davanti all’enigma (all’opera d’arte, alla vita), prova a leggere, a risolvere, a decifrare, e lo fa nuda, con l’intelligenza metaforica del corpo teatrale: ecco il totem, il fallo, il didgeridoo sacro, la croce, l’occhio, la danza, l’amore, l’ascolto, il rifiuto, la paura, il vorticoso mondo, la battaglia… potrebbe continuare ma si ferma, all’improvviso, come il cuore che smette di battere, per pochi secondi vaga, persa, confusa, a cercare altri sensi, altre possibilità, va verso il pubblico, un accenno a chiedere aiuto, a rimettere l’enigma nelle mani di chi non vuole capire, rapida scompare nel nulla da cui tutti veniamo: l’arte viaggia veloce e oscura come la morte.

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LET’S SKY

Che la parola italiana casa e la parola inglese sky (Skype) condividano la stessa radice sanscrita ska (coprire) sarà forse un caso ma il caso in arte è sempre intelligenza movente e incontrollabile di cui tenere conto (Jung lo sapeva bene). Le scatole di cartone impilate sul fondo in modo ordinato diventano i mattoni per la costruzione di una casa che Foscarini, con calma, grazia e costanza, costruisce attorno a sé, rivelando ancora una volta un talento singolare per la pura presenza. Le scatole-mattone, una a una, come caselle di un puzzle, si illuminano, frontalmente a costruire uno schermo (protezione?), dell’azione in corso. Il privato (del corpo) diventa pubblico (ma inavvicinabile), il tentativo di costruire una domesticità dell’anima fallisce, già in partenza, davanti all’esposizione fantasmatica (cui ormai tutti siamo ridotti), si annulla narcisisticamente nello sguardo voyeuristico del pubblico. Protezione e esposizione diventano facce della stessa medaglia e Let’s Sky(pe) è l’unico cielo (amore) concesso ad un corpo protetto dalla sua stessa negazione che la Foscarini magistralmente esprime nella struggente danza finale di dervisciana memoria (torna l’anelito al Dio-Cristo) sulle note nostalgiche della Canción Mixteca dove a “l’inmensa nostalgia” del “suelo” natio si sostituisce la tristezza infinita per il corpo perduto.

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(c) 2016 Cosimo Lopalco

ph: Francesca Foscarini (c) 2016 Cosimo Lopalco

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